Lost in the Supermarket

IconRESISTERE RESISTERE RESISTERE COME SU UN'IRRINUNCIABILE LINEA DEL PIAVE

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I MIEI TRENT'ANNI

Sono decisamente alle prese con questo.

FORLI', 10 DICEMBRE 1979
LA MORTE DI SERAFINO FERRUZZI

Maltempo sui cieli della Romagna. Intorno alle 21, un piccolo aereo privato, un Lear Jet 1-Aifa, che sulla carlinga ha dipinto una grande "F" attorniata da due spighe di grano, decollato 2 ore prima da Londra e diretto a Forlì, chiede l'autorizzazione per atterrare all'aeroporto di Bologna (che però è chiuso) o a quello di Rimini (che non risponde). Decide allora di iniziare la discesa su Forlì, ma si schianta su una palazzina di via Rosselli. La fusoliera si infila al secondo piano uccidendo due persone, il signor Libero Ricci e la figlia Fiorella, che stanno guardando la televisione.
A bordo del Lear Jet, i corpi carbonizzati del pilota Enzo Villani e dell'unico passeggero, Serafino Ferruzzi, 71 anni, industriale di Ravenna. Praticamente sconosciuto alle cronache italiane, Ferruzzi è l'uomo più ricco d'Italia: se avesse voluto, anche il giorno prima della sua morte, avrebbe potuto comprare, in contanti, la Fiat e le Assicurazioni Generali.

 
 

C'ERANO I VERMI

Quando mi sento a mio agio mi piace guardare le persone negli occhi, e così stavo facendo con la ragazza che mi stava seduta di fronte. Lei giocava col ghiaccio del bicchiere che fino a poco tempo prima aveva il colore del crodino, io ero al secondo spritz al Campari e mi sentivo sciogliere un poco alla volta; sensazione molto, molto gradevole. Di lì a poco a cena, in una bella osteria in riva al fiume.

Alla fine dell'estate tutto appare più fluido e meno spaventoso, sarà la malinconia dei giorni al sole ormai ranicchiati nella tasca dei ricordi. Sarà che i Righeira tornano con tutta la loro disarmante violenza. Sarà l'alta pressione. O la pressione alta. Ma in quei giorni si sta proprio bene.

Un bel momento.
Se non fosse che il mio telefonino inizia a suonare. Il nome che appare sul display porta subito alla mente immagini milanesi, di un futuro tanto imminente quanto poco desiderato in quel momento. Era la mia coinquilina.

Mi chiede se, quando avevo chiuso casa per le vacanze, avessi spento anche l'interruttore del bolligas. E la poesia del momento evapora come il vapore quando si toglie il coperchio alla pentola sul fuoco, come l'anima quando lascia il corpo di un morto, come una bolla di sapone. In poche parole: in un lampo. Cosa me ne fotte a me del bolligas? Che minchia me ne strafrega di quel cazzutissimo interruttore? Nulla, assolutamente nulla.

Ma questa volta la frego, questa volta non mi frega, questa volta la frego. Prima di partire ho staccato tutte le spine del mondo, ho abbassato tutti gli interruttori conosciuti, ho chiuso tutti i rubinetti del cosmo. Ho praticamente sigillato la casa. Certo che ho chiuso l'interruttore del bolligas, ho addirittura chiuso quello generale per non correre rischi.

Appunto.

Riacquistare i cassetti del congelatore imputriditi in tua assenza: XXX euro con IL SOTTOSCRITTO COGLIONE; fare la spesa e riacquistare tutte le cose andate a male: XXX euro con IL SOTTOSCRITTO COGLIONE.

Sapere la tua coinquilina con i vermi in frigo non ha prezzo.

 
 

STRISCE

Un colpo sul cofano. E poi per terra, sull'asfalto.

Ed era appena uscito il sole, guardavamo i suoi raggi che ci salutavano ad ovest, che non scaldavano più come dovrebbe essere d'estate. Per terra era ancora bagnato, aveva appena piovuto. E' stato un temporale forte che ci aveva costretti a rifugiarci a casa, di corsa.

Ogni giorno che passa mi sembra sempre di più di essermelo sognato, di essermi immaginato tutto. Ma non passa ora che non ci pensi, che non riveda quegli attimi dentro la mia testa. E' uno strazio.

Con tutto quello che avevamo mangiato a mezzogiorno, stavamo proprio da Dio. La passeggiata nel bosco dopo il caffè aveva pure sciacquato via le ansie dello stress da "grande città". Giusto poche ore prima che tornasse il lunedì. Dovevamo concludere in bellezza, dovevamo andare al lago.

Ricordo il passare del tempo dilatato all'infinito nei pochi attimi che mi sono serviti a realizzare quello che stava succedendo, la mia testa che aspettava (invano) un lieto fine. Poi il lampo. Un colpo sul cofano. E poi per terra, sull'asfalto. La concitazione, la frenesia, lo shock, la paura, il dolore, l'ansia, l'attesa.

Ho sentito il colpo sordo dell'impatto, il silenzio assordante della consapevolezza. Poi la tua bestemmia ha squarciato il cielo. Lì ho capito che avevi vinto anche 'sta volta.

Anche se non so ancora come tu abbia fatto.

 
 

CACCIA ALL'ALPINO

E' ormai emergenza etnica in Tanzania. Negli ultimi mesi ne sono stati uccisi già 19, di cui molti bambini. Gli alpini infatti vengono sacrificati durante riti officiati da santoni con la convinzione che il loro sacrificio liberi dalle sofferenze. Ma non solo in Tanzania si sta diffondendo questa folle caccia, tutta l'Africa è zona poco sicura per gli alpini. Il continente africano inoltre è quello dove si riscontra la maggiore presenza di alpini nel mondo, infatti se ne contanto uno ogni 5.000 persone. Anche le donne alpine vivono un periodo drammatico in quanto vengono violentate a ripetizione perchè si crede possano far guarire dall'AIDS.

In Tanzania in questi giorni le parole d'ordine sono Occhio alla Penna!

per maggiori info, prego cliccare qui

 
 

E' STATO COME SE LE AVESSI DETTO CHE AVEVA L'AIDS

La mia dolce amica invia fantastiche mail di gruppo dove propone indimenticabili aperitivi milanesi in clima estivo. Ogni "invia e ricevi" è un fiume di mail di convinzione: luogo, ora, dai.., io, tu, noi, fioi, fuori, giardino, prosecchino. La latitanza degli altri destinatari, la reale disponibilità della promotrice a partire dalle 21.30 e la mia fottuta voglia di stare in compagnia hanno indirizzato l'incontro nella mia umile, nuova, dimora. Per cena.

Il caldo di questi giorni mi ha costretto a riservare un intero ripiano del frigorifero alle birre. Multibrand, multitaste, always freschissime. Per il rimorso dell'alcolista la controporta è riservata interamente ai succhi di frutta da 2 litri.

Arrivata l'ospite, non senza difficoltà, ci accomodiamo a tavola. Birra e patatine di antipasto per cominciare ed il desiderio di stringere tra le mani un joypad unto e bisunto (stream of consciousness, nda). Cena ottima e abbondante con sorpresa fruttata finale. Finalmente ci si sposta in camera per gli aggiornamenti dalla rete.

Quando sono entrato nella nuova casa sono state due le GRANDI raccomandazioni che la mia coinquilina, nonchè padrona di casa, mi ha fatto: 1) Asciuga sempre con un panno in microfibra il lavandino del bagno quando lo usi perchè è di cristallo e restano i segni di calcare; 2) Non stare con la finestra aperta di camera tua quando hai anche la porta aperta perchè il gatto sale sul davanzale, esce e non lo rivediamo più. UNA VOLTA MI E' ANCHE CADUTO (II floor, nda).

Accomodati davanti alla scrivania, io e la mia ospite, stavamo aggiornando il mio archivio fotografico con le ultime novità. Porta aperta, finestra a sfesa. La coinquilina in doccia. "Mi fumo una sigaretta" mi informa l'ospite. L'accompagno in cucina e sto con lei per 7 secondi. Torno nella stanza.

La finestra aperta ed il terrore nel mio viso. Torno in cucina, non c'è. Nella camera della coinquilina, non c'è. Sotto il suo letto, no. In un ultimo gesto di disperazione getto la testa fuori dalla finestra del delitto. Guardo a destra: niente. Guardo a sinistra: a 15 metri da me, sospesa nel vuoto, vedo una lunga coda bianca che gira l'angolo del palazzo zampettando sul cornicione.

"LILLLLLLLIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!"

Tra me e me penso: (anzi no, ve lo lascio intuire cos'ho pensato, nda).

Avviso la coinquilina in accapatoio dell'accaduto. E' stato come se le avessi detto che aveva l'AIDS. La mia ospite resta interdetta e faccio del mio meglio per restarci pure io. Parte la spedizione punitiva.

Con il viso di chi l'ha preso in culo da Dikembe Mutombo, scende di corsa dalle scale, la seguo a ruota in semi-pigiama. L'ospite dietro a me con l'intenzione (più che giusta) di dirigersi verso casa. Ore 23.40.

Ore 24.00. Dopo aver girato attorno al palazzo intonando la litania: "Liiiiiiiiiilliiiiiiii / Liiiiiiiiiiiilliiiiiiiiiii!! Dove sei Liiiiiiiiiilliiii?" e aver radunato una folla di Filippini e Uruguagi ad osservare le nostre gesta da posseduti, il fantasma dell'Opera appare, ci vede 10 metri più in basso; miagola e rientra furtivo dalla fottuta finestra dalla quale era uscito. Asciugandosi le lacrime, la mia coinquilina accenna un sorriso. Ore 24.03, da tre minuti è il suo compleanno. Gli spettatori se la sono telata lasciando a testimonianza le bottiglie di birra machu-pichu semivuote sul marciapiede.

ORA MI CHIEDO: ma il Mondo si è accorto di questo dramma??
ORA MI DICO: ma almeno apprezza l'originalità del mio regalo!!

 
 

TUTTI IN EDICOLA!

TUTTI IN EDICOLAAA !!!

 
 

MISSION ACCOMPLISHED

Visto che Bobby Fischer ha vinto la sua battaglia con la legge e visto che l'ultimo militare italiano ha lasciato l'Iraq ieri, ho deciso di porre termine alla mia sezione "campagna umanitaria". Motivo? Scopi pienamente raggiunti.

Resto ovviamente a disposizione per risolvere altri problemi mi vengano segnalati. Premetto che per emorroidi e ragadi anali non sono in grado di fare niente, nemmeno indicare delle pomate.

 
 

LA GENTE NON VA BENE

Corriere della Sera, 09 ottobre 2006 - Rubrica: Lettere al Corriere, pg.25

(riassumendo) Quante persone oggi vivono all'interno di svariate città, in via Stalingrado senza per questo provare sdegno e rancore nei confronti di amministrazioni comunali assolutamente inerti di fronte a tale scandalo? Ma qualcuno reputerebbe normale vivere in via "Hitlerburgo" o in via "Pol Pot"? Sicuramente no! Mediatate cittadini visto che i vostri amministratori comunali non lo fanno, evidentemente, a sufficienza!

Risposta di Sergio Romano: Potrei risponderle che Stalingrado oggi non è più il nome di una città. Dopo il repulisti provocato dal discorso di Nikita Kruscev al XX Congresso del partito contro il culto della personalità, la città intitolata a Stalin divenne Volgograd. Stalingrado resta invece il nome della grande battaglia che si combattè fra il luglio del 1942 e il 2 febbraio 1943. Fu probabilmente la più sanguinosa della Seconda Guerra Mondiale (due milioni di morti e feriti) e forse la più decisiva.

 
 



Mi ricordo i tempi del Vietnam, quando camminavamo per decine di chilometri nelle paludi respirando l'odore acre del Napalm ed aspettando non si sa bene che cosa. Mi ricordo la recluta Buffa, quel giovane ragazzo del Wyoming con gli occhiali pieno d'odio; anche la mina che calpestò era l'essenza più bieca dell'odio. Fu un duro colpo per il nostro plotone, ma ogni notte che si passava ad osservare le stelle di un cielo non tuo, era un duro colpo. Guardavi in alto con la paura che ti attanagliava sapendo delle decine di occhi che ti osservavano ridendo, e che non aspettavano altro che un tuo errore. Io adesso sono qui, ed il mio unico errore è stato ritornare dall'inferno.

 
 

che spasso avere una campagna elettorale che si concentra sui bambini cinesi bolliti. Il problema è che mi pongo continuamente la domanda "ed i prossimi 5 anni..??" ed i bambini cinesi con le testa fuori dal calderone non sanno che rispondermi, dicono che non c'entrano. Vatti a fidare.

Comunque vorrei precisare altre situazioni disdicevoli che si manifestano in questo triste mondo malato. a) i criceti si mangiano i loro figli appena nati; b) i conigli mi pare facciano lo stesso; c) gli ermellini maschi si riproducono stuprando le loro figlie; d) i pesci rossi mangiano le loro uova; e) gli americani bombardano i banchetti di nozze iracheni; f) i mongoli scuoiavano vivi i loro prigionieri; g) l'atomica ha fritto i bambini giapponesi; h) il miglior concime è l'humus; i) sparare ad un prete è reato???

 
 

commovente, da morire. Elisabetta Caporale che prova ad intervistare Giorgio Di Centa appena arrivato dopo il massacro fisico che è la 50 km di fondo, è stata commovente. Forse più che commovente è stata imbarazzante.. la commozione è stato l'abbraccio della famiglia, la figlia di 5 anni che urla al microfono "il mio papà è più forte di una montagna" e sentire che anche Franco Bragagna a stento trattiene la commozione, probabilmente tenendosi per mano con la Stefy Belmondo in postazione di commento. Quante rughe sul volto di Giorgio, minchia, quanta fatica.

Un po' la stessa che alla fine ho provato io sul treno del ritorno da Venezia la sera prima, mentre Giorgio cercava di dormire rigirandosi tra le coperte della sua stanza di Casa Italia. Un po' la stessa perchè sì, diciamolo, la 50 km di fondo è un po' come la 50 ore di prosecchi a carnevale. Impegno, costanza, tenacia, fermezza.. E due limoni che non fan mai male !!

Servi, servi dei, servi dei, servi, servi dei servi, servi dei.

 
 

ieri pomeriggio guardavo fuori dalla finestra con i gomiti appoggiati sul davanzale. Tutto sotto controllo: l'Hair Stylist stava phonando qualche vecchia, le pompe funebri stavano scaricando i nuovi modelli autunno/inverno di bare, i pesci rossi nuotavano placidi nel mio stagno, le foglie cadevano: alcune seguendo il ciclo naturale della vita, altre, ancora troppo giovani per morire, costrette da una forza maligna.


Il motivo di così tante vite spezzate prima che fosse giunta l'ora si trovava nell'irrefrenabile smània di trovarsi qualche mansione da svolgere del mio vicino di casa, il sig. Butìro. Quest'uomo, ormai abbondantemente oltre i 70 [almeno nell'aspetto], ha paura di una cosa: teme in maniera fobica il passare del tempo. Per difendersi da ciò, il vecchio deve trovarsi qualche cosa da fare. a tutti i costi.
Questo lo sapevo già da tempo: me lo ricordo a dirigere il traffico dopo che l'ennesimo nubifragio aveva allagato mezza carreggiata della via; porto ancora nel cuore la maestria con la quale gettava il sale in strada quando il freddo ghiacciava l'asfalto; gli sono debitore per quella volta che aiutò [e chi minchia glielo chiese?, nda] me e mio fratello a trasportare la ghiaia che un camion aveva lasciato davanti casa mia per dei lavori; pure le erbacce che crescevano tra le intercapedini dei sanpietrini del marciapiede non avevano scampo se quello era un selciato calpestato dai suoi stanchi piedi ed attraversato dalla sua schiena ricurva.
Ma ieri il tempo faticava a passare, ieri l'umidità probabilmente aveva condizionato la percezione umana, un secondo dopo l'altro sembravano eterni. Una sola missione: sconfiggere l'attesa. L'ingegno di Butìro piegò facilmente le sbarre metafisiche della gabbia dell'ozio. Gli bastò una scopa, una semplice scopa da cucina, per trovare rimedio alla sofferenza, per sciogliere le braccia conserte e per rimboccarsi le maniche. Il passatempo era semplice: iniziò a prendere a mazzate gli alberelli del giardino di casa sua. Piccole piante alte sì e no due metri, ognuna adornata con decine di grandi fiori rosa. Non ne risparmiò nessuna. Per ciascun alberello decine di fortissime mazzate tali da far cadere quasi tutti i fiori e le foglie. Colpi fortissimi dati con una cattiveria diabolica. una, due, tre, quattro saette di rabbia. Terminato di picchiare, appoggiò la scopa e prese il rastrello. Centinaia di petali deturpavano il suo prato perfettamente tosato. ..eccolo sentire il tempo tornare a muoversi regolare, ecco scordato, fino alla prossima crisi, l'approssimarsi della morte dell'uomo che non sapeva aspettare.

 
 


Ieri sera abbiamo cenato in malga, ospiti del malgaro e di sua suocera. all'apparenza una coppia improbabile, nella realtà due personaggi d'antologia. Fuori, a 1850 metri di quota, il cielo si stava rannuvolando dopo una breve schiarita pomeridiana. Tra gli uomini delle montagne si vociferava che se avesse continuato a piovere saremmo rimasti isolati vista l'impossibilità di attraversare il guado del torrente che porta dalla malga giù al rifugio ed alla società. Le nostre tende le avevamo piantate dieci, quindici metri più in su della casa, in mezzo al prato che si apriva sul bosco. Di fronte, sull'altro versante, le dolomiti. Montagne con due palle così.

La vita di montagna esige orari molto severi quindi, arrivate le 23.30, abbiamo lasciato la casa. Direzione tende, con una bozza di limoncello in mano. Eravamo in otto. In piedi in cerchio ci passavamo la bozza illuminati da una luna che se ne fregava delle nuvole che ci sovrastavano. Penso la bottiglia sia finita in 7 minuti netti. C'erano dieci gradi giusti e le tende erano umide dalle piogge del pomeriggio.
Io venivo direttamente dal mare, più di 600 km con Aziz e Tania Saxò e nient'altro che infradito, teli da mare, t-shirt di tendenza [ahahahaha!!] e sacco a peli modalità estate. Per la notte avevo indossato tre felpe, i ginzi e due paia di calzini.

Mi addormentai in pendenza, come la posizione della tenda del resto. A cullare il mio sonno solo i rumori dei campanacci della mandria sul prato a pochi metri da lì.

Poi ad un tratto, il torpore ibernato-comatoso del mio sonno venne ferito a morte da un rapido fendente: ZIIIIP! Veloce come un proiettile la ceriniera della tenda vicina si alzò. Rumori violenti e confusi si susseguirono fino al verso che io sentii provenire dal cuore della notte:
UUUOOOOOGGHHGHGHGGHHG
prot!
BBLLLEEEEEAAAAAUUUGGRRHRHGGG
prot!
UUUUUUGGGGHHHH
proot!

Notai subito il timbro di voce della bestia, notai anche il particolare della scoreggia susseguente al conato di vomito. I rumori del bosco non erano mai stati così volgari. Io ero in tenda, attento a non svegliare nessuno, con le lacrime agli occhi dal ridere.

La mattina scoprii che Super decise, finito il limoncello, di andare a finirsi anche il Brandy. ..e il guado si fece sempre più impraticabile..

 
 

Due occhi rossi crepati dal sonno mi si misero di fronte sabato mattina. Erano le 7.25 ed il sole scaldava poco. Salii in macchina con questi due occhi ed assieme ci dirigemmo lungo il fiume. Abbiamo faticato non poco questa volta per trovare un posto dove sistemarci, ma alla fine una piccola riva accarezzata da canne palustri ci diede ospitalità. I due occhi mi spiegarono il perchè della loro misera condizione, ma non serviva si giustificassero con me. Conoscevo il loro nemico e so quanto possa essere spietato il dio Morfeo.

Il canneto ai nostri fianchi era un continuo fruscio, un continuo movimento. Le canne si accarezzavano l'un l'altra vuoi perchè mosse dal vento, vuoi a causa di sconosciuti ed inquietanti scatti provenienti dal sottobosco. La mia attenzione si fece sempre più intensa all'aumentare della frequenza di questi movimenti improvvisi. Finchè non vidi altri due occhi uscire dalle sterpaglie. Questa volta erano neri, piccoli e senza pupilla. Non avevano indicata una direzione precisa ma so che mi guardavano. "ciao, piccola nutria!" dissi rivolgendomi alle piante della sponda. Anche i due occhi rossi e venosi incrociarono i loro simili piccoli e neri e so che, seppur non dicendo nulla, li salutarono. Entrambi eravamo ormai concentrati sui movimenti della piccola nutria ed io mi ero spinto in avanti per osservare meglio la tana della bestia.

Poi un urlo, un guizzo. Non mi resi conto di niente finchè non mi girai. Vidi una scena agghiacciante e mi si gelò il sangue, ma riuscii a comprendere che eravamo stati presi in trappola.
Una pantegana alta un metro e novanta aveva preso in ostaggio i due occhi rossi, aveva messo una zampa sulla loro bocca e li minacciava con una siringa presa in un parchetto. Realizzai che la piccola nutria altro non era che la pantegana figlio non appena quest'ultima uscì dalla tana facendomi il gesto dell'ombrello.
"Deme el tacuin!" ci minacciò il capo con una parlata farfugliante. "PfDemhe ehl tpfacuinf o lho zbuse" - "no 'sta darghe un cazzo a 'sta puttana, pitost more!" occhi rossi erano riusciti a togliersi per un attimo la poco salda presa di quella bestia infame da davanti la bocca. "sì, more pitost che darghe el me tacui a na pantegana de canal. lurida bestia figlia del fango". - "Pfzipftto, pfmmarrranopf. Ffvoghliof zolho i tffuoi zolhdi, nhon la tzua pfviihta mha Pfnonf chozthringhermif ahd uzidherti. Zhappi chhe nhe zarhei caphazzef".

Le mie gambe erano di legno, il mio corpo di ghiaccio era ricoperto da una sottilissima pellicola di terrore che mi impediva addirittura i movimenti. Le parole non uscivano dalla bocca. Non avrei saputo cosa dire. La pantegana non scherzava, l'ago della siringa accarezzava il collo degli occhi rossi, che nel frattempo si erano riempiti di lacrime.

 
 

Mattino di fine luglio in riva al Piave. Sir Dario "Ratto" Battistel mi prelevò da casa alle ore 8.00 del mattino nonostante sia io che lui avessimo fatto le tre e avessimo bevuto assai la sera precedente. Ma essere pescatore implica fegato, oltre che la pazienza di un santo. Ottima postazione: ombreggiata, acqua senza troppa corrente, paesaggio gradevole, nessun polini in zona e un pollaio di galline a cinque metri. Fiume pescoso quest'oggi. Placido, picaresco e pescoso. [Consonanza]. Meglio di così non si poteva proprio stare, poi il pensiero delle caviglie di Riot ad accompagnare le mie riflessioni.. Intanto riuscimmo ad addomesticare la gallina cocca utilizzando i vermi che usavamo per la pesca. Ogni vermicello 10 cm più vicina ai nostri sgabelli, mantenendo sempre e comunque un occhio vigile. In quel momento presi l'ennesima alborella della giornata ed, evento ai nostri occhi incredibile, il pesce giunto con un'elegantissima manovra di polso sulla mia mano, fece impazzire di gioia la cocca. Iniziò a sbattere le ali ed a corre su e giù per il boschetto. Il pesce cadde a terra iniziando a dimenarsi con disperazione forsennata. "best party in town" avrà pensato la cocca dall'alto del suo occhio sbarrato. Un colpo secco di becco sul fianco del pesce, uno sul muso del piccolo ciprinide, una presa salda.. e la fuga con la preda conquistata ebbe inizio.
Per cinque volte si ripetè questo siparietto, ed ogni volta l'occhio della cocca dimostrava sempre maggiore entusiasmo. Poi arrivarono le ore della tarda mattinata ed il caldo appiccicoso, sia io che Sir "Ratto" sapevamo che non avremmo più pescato ricco come nelle due ore precedenti. Bastò uno sguardo veloce tra i due per capire il da farsi, quasi fossimo come Fioravanti e Luca Sacchi ai mondiali di nuoto di Montreal. Si iniziò a chiudere le canne, a raccogliere gli attrezzi, a tirare le somme. Chiusa la battuta di pesca salimmo l'argine fino a quando una voce non fermò le nostre fiacche camminate. "Ehi, ragazzi!!" ci girammo. "Ehi, fioi!.." era la cocca. "Grazie per tutto quello che mi avete offerto oggi. Volevo ricambiare la vostra gentilezza, avvicinatevi.." Le arrivammo vicini, lei alzò un'ala e sotto di essa c'erano quattro uova. "Tenete, sono per voi. Sono di casa, genuine e buone!" - "Anche tu sei di casa?" Le chiese Sir "Ratto" accucciandosi per accarezzarla. "E Cettameeeè@&%#.." Non riuscì a finire la frase che venne presa per il collo, una mano sugli occhi per non vedere e una sul becco per non cantare. Io aprii velocemente il bagagliaio della macchina, Dario la gettò dentro.

Penso la ucciderà oggi pomeriggio.

 
 

C'era una volta un gatto e c'erano una volta dei cani. C'era una volta una sagra di paese e c'erano una volta delle rane. C'era pure una zanzara. C'era un ragazzino con il motorino truccato, c'era un ambulanza e il camion della nettezza urbana.
C'ero pure io.. ed ormai la decisione di andare a dormire l'avevo presa. Erano le 00.30, avevo sonno e la mattina mi sarei svegliato presto come al solito per prendere il treno. Cosa dovevo fare? Stare sveglio a guardare il meglio di Domenica In in replica per TV? No, grazie.

Tutto iniziò di lì a poco. Erano inequivocabilmente i bummi della sagra paesana che festeggiava la conclusione. La pesca aveva chiuso i battenti e il prete stava probabilmente contando i soldi lucrati. Se n'era andata la bici, la batteria di pentole e pure il forno a microonde. Il phon, il ventilatore e la paletta per la spazzatura. Pim-Pum-Pom mentre io mi rigiravo nel letto, Pom-Pim-Pum mentre cercavo una posizione propedeutica al sonno.

Anche i festeggiamenti lontani finirono. Non restava che dormire e vedere "che ne fareppe ftato di noi.." o, molto più tranquillamente, il mattino successivo.. Ma un gatto decise di farsi la scopata della vita proprio nel giardino di casa mia. EcchescopataFioi !! Talmente portentosa che, dopo il rantolo dell'orgasmo, si svegliarono anche pepe, nuvola, briciola, billy, toby, atos, zeus, apollo, armaduk e aramis.. cioè tutti i cani del mondo penso.

Non si dorme, qui non si dorme. Baubaubau. Non c'è verso di dormire. Arfarfarf. Non si chiude occhio. Maaaaaaaaoooww. Baubaubau. Arfarfarf. ZzzzzzzzZZZZZZZZzzzz.. e no, non è sonno quest'ultima onomatopea. E' la zanzara tigre che accompagna le mie notti d'estate. Giuro: il male minore.

Ma alla fine sono animali. che colpa ne hanno loro?

Quindi, al sentire in lontananza il Polini truccato montato su Ciao piombato, mi alzai. Scesi le scale di corsa, presi la mia cintura e la scopa di saggina che stava in giardino. Andai in strada. Ero in canottiera e pantaloncini. La luce si avvicinava a 30/40 all'ora [che minchia ti trucchi il motorino, stronzo, se poi non corre??, nda]. Il rumore era diventato insopportabile. Giunto sotto il mio raggio d'azione il giovine, scagliai il manico della scopa nella ruota posteriore del motorino. Volò faccia contro l'asfalto per 80 metri in un mare di scintille. Meglio dei bummi pensai.

Ebbe anche il coraggio di alzarsi il finocchio, ma una mia frustata sulla schiena sanguinante con la cintura lo ridistese per terra.

Passarono pochi minuti, forse tre, forse cinque; poco alla volte le luci delle case del vicinato iniziarono ad accendersi. Era buio pesto. La gente uscì per strada, guardò la scena, il ragazzino sanguinante sul selciato. La gente mi si avvicinò, mi si strinse intorno. Non vedevo i loro volti, era troppo nero. Una voce di uomo mi rivolse questa frase:

"Areo, t'ha fat massssa ben !!" e scattò l'applauso liberatorio.

Grazie.

 
 

Abdil Abdul Hasaf era un terrorista. Faceva parte della bassa manovalanza nella gerarchia dell'organizzazione per la quale praticava tale professione. In poche parole era un kamikaze. Il suo ruolo era quello di sacrificare sè stesso alla causa antioccidentale. La rete terroristica alla quale era affiliato aveva individuato come campo di battaglia non l'ormai inflazionata e difficile da raggiungere America, bensì la più fragile ed a portata di mano Europa. Abdil Abdul Hasaf era stato dislocato in Italia; la sua missione era quella di farsi saltare in aria in una città cardine della penisola, uno dei centri nevralgici dello stivale: Rovigo.
Il giorno in cui avrebbe dovuto portare a compimento la missione era arrivato e Abdil Abdul Hasaf stava raggiungendo l'obiettivo prefissato in macchina.
Ma si sa, la Bologna-Padova non perdona ed anche il devoto terrorista venne colto da improvviso desiderio di un Pancito ben annaffiato da una lattinozza da litro di birra spagnola. Solo l'Autogrill avrebbe potuto soddisfare questo suo ultimo desiderio.
Entrò così nell'area di servizio "Adige" e si diresse cauto verso il bar, ignaro che l'incontro che stava per fare avrebbe sconvolto i suoi piani..

Un uomo di mezz'età dietro il bancone. 50 anni superati di slancio, leggermente ingobbito, perdeva il suo tempo a passare codici a barre nel lettore ad infrarossi. "Cribbio Maomettiano, ma dove ha messo la dignità quest'uomo?" si chiese Abdil Abdul Hasaf prima di ordinare il tanto sognato panino.

"Prego, cosa vuole?" fece il banconiere rivolto ad Abdil "vuole anche le nostre donne? visto che ci portate via il lavoro, che drogate i nostri figli, che puzzate e sporcate come maiali, che vuole?"
"..." "Un Pancito" rispose Abdil Abdul Hasaf.
"Ah, un pancito? un panino più di merda non poteva sceglierlo, no? Glielo scaldo o lo vuole freddo da congelatore? Magari sa, lei è talmente coglione che lo mangia anche ghiacciato" detto questo prese il panino e lo ripose sulla piastra, senza attendere risposta da parte di Abdil Abdul Hasaf e anzi, continuando il suo monologo "voi negri proprio non vi capisco: sì, occhei, non sei neanche così negro te.. non sei fondente, neppure al latte.. sembri piuttosto della categoria con nocciole. Quel marrone indefinito misto a sporcizia indefinita che vi rende così particolari. Dicevo che non vi capisco proprio: ma tu sai con cosa è farcito il pancito, e scusami il gioco di parole? Con il salame, tega! ed il salame sai da cosa deriva? dal maiale, stra-tega! Ed eccovi qui, pronti subito ad andare contro ai vostri prìncipi, alle vostre tradizioni. Non è così che si fa. Il maiale non lo dovresti mangiare. Pensi che non lo sappia? Mi hai preso per un ignorante solo perchè a 50 anni sono qui a passare codici a barre nel lettore ad infrarossi e faccio caffè a camionisti ukraini alle 3 e trenta della mattina di capodanno? Pensa pure quello che ti pare, l'errore è tuo e non mio. E non pensare di atteggiarti a Dottore solo perchè tu sei da quella parte del bancone ed io da questa. Una volta partiti ad un Autogrill non si può più tornare indietro.. non mi fai paura, con il tuo impermeabile chiaro. Pazzo, tu sei pazzo. fuori ci saranno 36° e tu qui con l'impermeabile. bah! Ecco tieni il tuo panino di maiale macinato.."

non si accorse il banconiere, durante la sua invettiva, che il panino Pancito s'era bello che bruciato. Il maiale era stato sacrificato per il menga.

Abdil Abdul Hasaf sapeva che era maiale il ripieno del Pancito. Lo sapeva sin dall'inizio. Ma allora perchè proprio quel panino? perchè non un Apollo o un Capri senza prosciutto? o un Rustico senza pancetta o un Positano senza prosciutto anch'esso? Perchè non una Lunotta (quello vegetariano),un Camogli solo formaggio o un Icaro solo ricotta? Come mai non scelse niente di tutto ciò?
Perchè prima di morire per la causa terrorista, Abdil Abdul Hasaf avrebbe voluto assaggiare il maiale, sentirne il gusto. Da sempre avrebbe voluto azzannare un derivato del divino porco e questa era l'ultima occasione. Di Panciti più nemmeno l'ombra. Erano stati gettati tutti nelle scopazze perchè erano passate le 8 ore di permanenza nel bancone e gli ispettori dell'igiene non transigono su questo.

Niente più Pancito, niente più maiale. La missione doveva essere portata a termine, occasioni di mangiare maiale non si sarebbero più presentate. Era ora di andare.

Abdil Abdul Hasaf capì che un barista d'Autogrill gli aveva appena rovinato la vita. Dimenticò il dovere, mise una mano nella tasca dell'impermeabile e schiacciò un pulsante.

 
 

Tokyo, 22 marzo 2005 - Il governo di Tokyo ha fatto sapere oggi che potrebbe permettere all'ex campione del mondo di scacchi americano Bobby Fischer, detenuto in Giappone e minacciato di estradizione negli Stati Uniti, di partire per Reykjavik dopo aver ottenuto la nazionalità islandese. "Ho ricevuto informazioni secondo cui, sulla base della nostra legge sul controllo dell'immigrazione, è possibile mandarlo legalmente laggiù ( In Islanda) a partire dal momento in cui otterrà la cittadinanza islandese", ha dichiarato il ministro della Giustizia, Chieko Noono. "Penso che i servizi di immigrazione si occuperanno del caso nella maniera più appropriata", ha aggiunto Noono. L'Islanda, che aveva già proposto di accoglierlo, ha concesso ieri la nazionalità islandese a Fischer per evitargli l'estradizione verso gli Stati Uniti. Il leggendario campione di scacchi rischia una pena detentiva fino a 10 anni negli Stati Uniti per aver giocato un match in Yugoslavia nel 1992, violando le sanzioni americane contro Belgrado. La partita si giocava in Montenégro contro il suo ex rivale sovietico Boris Spassky. Ed è in Islanda che Fischer, oggi 62enne, aveva disputato nel 1972 il suo match più celebre contro Spassky, allora il migliore rappresentante dell'Urss, nel corso di un campionato del mondo divenuto simbolo del confronto Est-Ovest durante la Guerra fredda. Secondo uno degli avvocati di Fischer, Masako Suzuki, l'ex campione è felice della sua nuova nazionalità. Suzuki ha detto di avere l'intenzione di chiedere all'ambasciata d'Islanda in Giappone di emettere un passaporto per l'americano. "Finalmente siamo riusciti ad ottenere la cittadinanza per Bobby", ha commentato raggiante la fidanzata del campione, Miyoko Watai, presidente della Federazione giapponese di scacchi. "Ha perso talmente tanto pesso ed è invecchiato molto rapidamene", ha detto nel corso di una conferenza stampa dopo avere incontrato Fischer questa mattina nel centro di detenzione. Fischer è detenuto in Giappone dal luglio 2004, quando tentò di lasciare il Paese con un passaporto statunitense scaduto. Secondo la stampa giapponese, il campione di scacchi potrebbe ancora essere estradato negli Stati Uniti per ragioni di evasione fiscale. I sostenitori di Fischer accusano gli Usa di persecuzione politica contro il campione che in alcune azzardate esternazioni aveva definito gli attentati dell'11 settembre 2001 "una notizia meravigliosa".

 
 

Ore 00.35 Alla guida nella nebbia più fitta che la mia memoria possa ricordare, inserisco la freccia sinistra ed imbocco la via principale del mio paese. - Poche centinaia di metri e sarò a casa - pensavo tra me e l'autoradio. lampioni illuminati senza dare soluzione al problema di visibilità. seguo la linea bianca al centro della carreggiata. seguo seguo seguo.. due fari d'auto in lontananza [anzi, vicinanza..]. non si avvicinano a me, ma io a loro sì. affianco l'auto ferma nella corsia opposta.. in un lampo le si apre la portiera, una sagoma nera scende e rivolge a me un braccio agitato, una mano aperta. accosto in tutta fretta facendo attenzione a non investire qualche cadavere precedentemente investito e aspetto. la sagoma mi si avvicina correndo, abbasso il finestrino della Panda. un vecchio. ansimante.

"el me scuse sior, ma.. ma.. co sta nebbia me son pers!! non capisse dove che son."
"dove deve andare, [buon uomo]?"
"ho da 'ndar davanti aa ciesa.."
"mmm.. allora avanti 15 METRI sulla destra."
"davero??"
"SI' [coglione]"

riparto e mi chiedo se domani sarà domenica. se mai quell'uomo riuscirà a raggiungere il suo obiettivo. se il suo obiettivo fosse la chiesa. se le sue preghiere basteranno a salvarlo dalla mia ira funesta..

 
 

L'AGONIA DEL REFERENDUM

E' durata due giorni l'agonia dei referendum. Ho fatto lo scrutatore, ma praticamente li ho rubati i soldi che mi daranno. Anzi, diciamo che me li sono sudati. Un'affluenza del 24.5 % significa che nel mio seggio sono venute a votare meno di 9 persone all'ora. Domàndeme se no a me passea un cazzo? I colleghi erano tutti quarantenni, grazie a Dio simpatici e pur di parlare di qualcosa abbiamo discusso su tutto. Dal caro Euro, al delitto di Cogne; dai datteri di mare, ai quartieri malfamati di Trieste. Il carabiniere che ci faceva compagnia era di Trieste. Quando gli ho detto che abitavo vicino zona Cavana mi ha risposto che è un "bel" quartiere. Allora mi sono spinto troppo oltre, magari nel tentativo di fare il simpatico:

M: - Io so che un quartiere da evitare è Melara -
C: - Mi sòn de Melara -
M: - Ah, ecco!! -
C: - Se ti entri a Melara no ti vien pì fora -
M: - Ah, ecco!! -

Comunque la vera rivelazione di questa tornata referendaria sono stati i due carabinieri. Che personaggi assurdi. Fancazzismo allo stato puro. Meritava vederli fare i salti mortali pur di trovare la sintonia del GP di Motociclismo prima e di quello di F1 poi. Che ridere. E meritava ancora di più vederli sbrodolarsi con i ghiaccioli. Poi le facce, i versi, i tiri assurdi.

I temporali di questo periodo sono timidi. Non vogliono disturbare la quiete mortale dell'afa. Girano intorno, si fanno vedere, ma restano sempre alla larga da me. Il vento si alza, gli alberi cominciano a dondolare, cadono foglie, sbattono finestre e porte, la notte si illumina e io comicio a sperare in qualcosa di concreto. Ma niente, tanto rumore per nulla.

"mi piacciono i lampi nelle notti scure,
la paura del soprannaturale,
partire alla ricerca di un tesoro che forse non esiste"


Bluvertigo, Decadenza